lunedì 21 agosto 2017

Una vecchia storia



- Questa storia è vecchia quanto il mondo – pensò.
Una pioggia fine cadeva fuori, fuori dal vetro dalla finestra forse, ma cadeva anche dentro, bagnava i suoi capelli, la sua materia grigia, i suoi polmoni le sue anche il suo ventre, e poi tutte le viscere, lasciandole una di quelle sensazioni spiacevoli, come quando si hanno i calzini bagnati e i piedi s'aggrinzano, contrariati, infreddoliti.
S'infilò la giacca leggera, l'unica che era riuscita a portare con sé nell'ultima valigia, nell'ultima, ennesima transumanza da un mondo all'altro, da un paese all'altro da una vita all'altra, con attaccata addosso quella solita speranza, alquanto ipocrita, di vedersi cambiare.
Esitò un istante, di fronte alla porta, la mano stretta attorno al mazzo di chiavi, pronta a far scattare la serratura. Il cuore era un orologio sbigottito, quasi spaventato dal proprio pulsare: tratteneva il fiato. Batteva a malapena due colpi timidi qua e là.
- Forse dovrei restare qui. - fissando il bianco liscio e plastificato della porta. Cercando una forma, un'imperfezione, una traccia di polpastrelli, un segno, un simbolo alchemico che potesse darle una risposta alla disperata domanda, che potesse indirizzarla sulla via del Bene, finalmente, per sempre. Sarebbe la cosa migliore, la cosa più saggia. Restare.
La porta bianca le rimandò un'immagine fugace di un volto, occhi felini e limpidi come un cielo d'inverno. Scosse la testa cercando di far scivolare via quell'immagine dalla retina.
Una vampata di calore improvvisa le fece quasi girare la testa, si aggrappò alle chiavi, la serratura scattò, quasi cadde seguendo il mantice della porta che la risucchiava inesorabilmente verso l'esterno dell'appartamento, verso un giorno come un altro, anzi forse un giorno crudele, come solo certi giorni sanno esserlo.
Scese le scale ricoperte di moquette quasi nuova, coi loro gradini appena sufficienti ad ospitare un mezzo piede accorto. Un vero dramma per dei piedi distratti come i suoi. Un gradino dopo l'altro, come un ubriaco che cerca a tentoni la strada del gabinetto. E poi, fuori.

Le case di mattoni scuri, i cespugli di lavanda, le altee in fiore, e quell'estate che pareva un autunno.
Tutto pareva mormorare un quieto canto, a labbra socchiuse; il canto grave degli intestini che sussultano, il canto lento delle foglie che lacerano la corteccia, delle api che succhiano la passiflora, quello del piccione morto sul marciapiede e quello delle formiche che poco a poco lo dissolvono in un niente, quello del gatto che osserva pigramente i cortili, della carne fremente di glutei nudi, di un ginocchio sbucciato, quello delle fronde dei salici, e dell'acqua placida lungo i fianchi di barche all'attracco ormai da troppo tempo.
Camminò con passo svelto, quasi come se avesse paura a calcare troppo i propri passi lungo la strada, come se non volesse lasciare orme sull'asfalto, duro e lucido di pioggia.
Il cuore cominciò a dimenticare lo sbigottimento, e si fece spazio una paura, una vertigine languida, inebriante.

Lo avrebbe visto da lontano? Puntato come un cane da fiuto, e poi cercato di avvicinarlo furtivamente, per far sì che vederla fosse come un singulto, colto alla sprovvista? Oppure sarebbe stato lui a strapparla da un pensiero, mentre lei cercava con lo sguardo altrove? Oppure sarebbero stati banalmente entrambi in cerca l'uno dell'altro, e si sarebbero reciprocamente sorpresi a frugare con lo sguardo affannato nella folla, poi con imbarazzo si sarebbero salutati, colti a vicenda sul fatto, con quel tremito nella voce e gli occhi lucidi si sarebbero detti un ciao senza capo né coda, il respiro mozzato e incredulo, come quel primo bacio ubriaco eppure violentemente desiderato.
E poi, le mani? I corpi? Cosa avrebbero detto, recalcitranti, mentre i padroni avrebbero strattonato le briglie con disperazione, speronando i fianchi impetuosamente?
Ma soprattutto: gli occhi. Avrebbero tradito subito. Loro proprio la menzogna non la sanno fare.
Gli occhi sarebbero sprofondati negli occhi, e, come se qualcuno li avesse spintonati di sorpresa lungo il canale, sarebbero caduti a peso morto nell'acqua nera e silenziosa, solo un'eco ovattata di campanelli di bici e catene arrugginite, e lucchetti, e qualche luce pigra ad occhieggiare in superficie, che si allontana poco a poco, mentre loro scendono lenti in profondità.
Le falde dei loro vestiti pesanti ormai pieni d'acqua fino all'ultima molecola si sarebbero levate verso il mondo che si allontanava, come ali stanche, impotenti.
Quale lingua avrebbero parlato sott'acqua?
Nessuna. Nessuna lingua. Non la mia, non la tua, nessuna voce. Nessuna parola.
Avrebbero continuato a guardarsi, sott'acqua, con quel ciao senza capo né coda ancora tra le labbra ormai violacee, avrebbero continuato a guardarsi mentre una ruota dentata sarebbe passata esattamente tra il ventricolo sinistro e l'atrio destro, o forse il contrario, non ricordo più bene.

E poi? Dopo quel ciao cosa sarebbe successo?
Avrebbero camminato dicendosi cose senza spessore né importanza lungo le strade affollate di una capitale. Avrebbero cercato un caffè a caso, un posto qualsiasi, una sedia stupida non troppo in vista, un divano sgualcito al riparo dalla pioggia e dal freddo, un luogo qualsiasi senza romanticismo, potrebbe pure essere uno Starbucks, in questi momenti vaffanculo gli idealismi e le questioni di principio di gusto e di qualità, anche il bar più schifoso e inspido, anche con gli sguardi attoniti di vecchi magrebini e dei loro figli mezzi integrati e mezzi no, anche con gli sguardi indifferenti di qualche hipster ultima generazione, loro si sarebbero seduti in quel bar, in Quel Bar, che sarebbe diventato indimenticabile.
Si sarebbero seduti con un pezzo molto ingombrante di cuore in gola.
Quasi impossibile parlare.
E lì i padroni, ancora impegnati a infilzare il ventre delle bestie con veemenza, si sarebbero resi conto di essere fottuti. Coi loro frustini in mano, con il loro decalogo del giusto e dello sbagliato, con il ritratto di quegli occhi felini e dolcissimi stretto in pugno, disperatamente, si sarebbero resi conto di essere profondamente, irrimediabilmente fottuti.
Perché quando la parola non funziona, funziona miracolosamente tutto il resto. E le mani sarebbero state frementi come quelle di un pianista di fronte ad un pianoforte proibito. E le labbra sarebbero state umide, soffici. Al centro di ogni sguardo. E quella ruga maliziosa ai lati della bocca. E tutte quelle imperfezioni che tra un anno, cinque dieci anni sarebbero state noiose ed irritanti, in quell'istante sarebbero state la perfezione di una creatura che si apre ad un'altra, e viceversa.

- Questa gioia di oggi domani sarà un dolore. Mi stordirà, come le responsabilità ed il rispetto che ho voluto dimenticare. Mi cadrà sulla testa come un'incudine. Aprirà la mia carne ed il mio cuore e tirerà fuori tutto il marcio e me lo metterà sotto il naso, rinfacciandomi l'amore che non ho saputo dare, risvegliandosi finalmente dall'oblio, incazzandosi.
Questa gioia di oggi ha un prezzo incalcolabile, trattativa riservata, solo seriamente interessati. No perditempo. Sei sicura? Sei sicura di volere questa incudine? O damigella incosciente, vuoi tu prendere come tua leggittima sposa la qui presente incudine, per amarla, onorarla e rispettarla, in salute e in malattia, in ricchezza e povertà, finché morte non vi separi?
Vuoi?

La domanda sarebbe passata inosservata, nostante la pompa magna, e le trombe, e tutto il corteo di cose importanti da ricordare prima di fare una stronzata.
La domanda avrebbe assunto il valore del ronzio della televisione in sottofondo di quel bar merdoso e caro in mezzo a una capitale: un inutile ronzio, fastidioso, sacrificabile.

Ciao, avrebbero ripetuto quelle labbra in una lingua diversa dalla sua.
Quante volte ancora il fascino dell'ignoto l'avrebbe presa ai genitali come la prima volta di ragazzina? Quante volte ancora l'avrebbe titillata tra le gambe come un animale che non sa niente di filosofia e di morale, ma sa della carne, e della chimica. Quante.
Ciao, avrebbero ripetuto, e lei avrebbe balbettato e forse sarebbe addirittura arrossita, sgualdrina che non è altro, tutti gli artifizi possibili per far cadere il maschio in trappola. Eppure quel gioco piace sempre ad entrambi.

E poi, sgualdrina o meno, lei si sarebbe sciolta. Le mani di lui, più antiche di un paio di decenni, sarebbero venute a posarsi con dolcezza sulle sue. E quella dolcezza, un arpione.
E lui, sicuro nella ciecità totale, l'avrebbe guidata poco a poco, animale ebbro e confuso, parola dopo parola, centimetro dopo centimetro, passo dopo passo, fuori dalla porta del bar, lungo le rotaie del tram, oltre il ponte oltre il canale, e poi un altro incrocio, un altro canale, un'altra rotaia, forse due, non ricordo, fino alla porta, e poi il signore della reception, e poi le scale, e già le mani lungo i fianchi, e già le sue labbra contro quelle di lui, avide di saliva e di ansimare, e poi quelle mani che non avevano osato la prima volta, osare, mentre cercano d'infilare le chiavi nella porta, e poi una pausa per guardarsi negli occhi spaventati e deliranti, cercarsi come si cercano due criminali; un sorriso incredulo, e poi lo scatto della serratura, e sarebbero quasi caduti seguendo il mantice della porta che li risucchiava inesorabilmente verso l'interno della camera d'albergo, verso il loro destino di disgraziati, di bestie di gioia ed incoscienza.

E poi d'improvviso, l'imbarazzo. Siamo qui, si, io e te. Ancora vestiti. Ancora per poco. Cosa succede mio dio. Siamo due alieni piombati per caso nello stesso autogrill interstellare. Ci separano anni luce di distanza, e anni anagrafici, e anni di vissuto, generazione storia cultura. Siamo due alieni di due pianeti e di due ere differenti.
Eppure i tuoi occhi e i miei si devono esser detti qualcosa che io ora non ricordo parola per parola ma – forse non erano parole.
I nostri occhi si sono detti delle cose e ora non posso più dimenticarle, anche se non le ricordo.

La pelle di lei e la pelle di lui si sarebbero chiamate. L'imbarazzo non avrebbe più avuto senso. Le labbra si sarebbero avvicinate, respiro nel respiro, prima un incontro goffo ma poi, allo sciogliersi della saliva nella saliva, sarebbe diventato un divorarsi ansimante.
Le mani di lei avrebbero toccato quel corpo lontano anni luce, con le sue rughe, la sua storia.
Le mani di lui abrebbero ritrovato un giorno antico, ma nuovo, su quella pelle lontana anni luce, palpitante. Si sarebbero spogliati? Sarebbero rimasti in piedi, vestiti, in mezzo alla stanza dopo un bacio lungo ore? Si sarebbero accasciati, l'uno nelle braccia dell'altra? Oppure si sarebbero ritratti, uno dei due in preda all'angoscia, o entrambi? Sarebbe fuggita, in preda al rimorso? Oppure, presa dal suo raptus animale, l'avrebbe percorso con la bocca da capo a piedi, cercandone i gemiti in ogni centimetro del corpo?

E quando il momento di partire sarebbe arrivato, quel momento di rinfilarsi i pantaloni, la maglia, i calzini, le scarpe, con la pelle che sa ancora dell'altro. Lei lo avrebbe guardato con una tenerezza lacerante, e lui pure, e per un istante avrebbero creduto di capirsi per davvero.
E poi lei avrebbe aperto la porta, con un ultimo sguardo, e poi le scale, il signore della reception, la porta i binari del tram i canali le biciclette i lucchetti una luce oramai morente di una domenica pomeriggio che si spegne verso l'inizio della settimana.
Avrebbe preso il treno, quei trenta minuti di confusione, col ventricolo destro sotto una ruota del treno e l'atrio sinistro sotto l'altra, o viceversa, non ricordo, il paesaggio che vortica all'impazzata, filari di alberi canali mucche nuvole basse la luce del giorno ormai svanita, la stazione d'arrivo oramai illuminata di luce artificiale, e quell'odore di campo che raggiunge anche le città, e poi le scale mobili, e quei dieci minuti a piedi, i cespugli di lavanda il gatto che osserva ancora il cortile le passiflore ormai appassite le altee che si raggrinziscono poco a poco come i piedi nei calzini bagnati e poi quel caffé schifoso e poi la porta che non si apriva ahaha adesso tiro fuori la chiave, ora la trovo eh, aspetta la cerco, devo appoggiare la borsa per terra anzi, devo appoggiarmi io per terra che non mi reggo in piedi, ora rido, ora piango, ora trovo le chiavi e rientro, e sulla soglia ecco un vibrare tenero di un messaggio fresco fresco, ingenuo ignaro e dolcissimo, 'ti penso'.


Il mondo dovrebbe decomporsi in questo istante, pensò lei. Ne sarei felice. Questa storia è troppo vecchia per essere raccontata.

venerdì 31 marzo 2017

stanotte ti ho sognato. la mia testa sul tuo petto, guardavo verso l'alto, e tutto quello che
vedevo erano i tuoi occhi, le tue ciglia nere petrolio, e quella voragine di dolcezza
lacerante, solo tua.

sono tua.

mi hai messo radici profonde e non so come fare.

non so come amarti senza ferire e rimanere me stessa
non so

prendermi cura di te senza diventare morfina.
allontanarmi senza lacerare.
avvicinarmi senza soffocare.

il mio corpo divaga e la tua corrente lo riprende
la mia mente s'imbarca, marinaio stagionale e poi si volta
e stringe il timone fino a sanguinare le nocche nel ricordo di te

e potrei tornare e ripartire ancora, e ancora, e ancora:
e ritrovarci ricucire il male col bene, con lo spago da cucina e i nostri singhiozzi
e gemiti
e tenerezza.

E' questo?
E' cosi' che succede?


giovedì 16 marzo 2017

scacco matto

l'umano
non sceglie:
crede, s'illude, s'aggrappa alle idee
ai progetti alle prospettive
e poi s'impone la scelta, il buon proposito
la dieta lo sport un amore piuttosto che un altro la rinuncia la sfida
da domani smetto
da oggi ricomincio
poi mi metto a far questo
e questo invece ti giuro non lo faccio più

e invece è il tempo che fa tutto
il tempo la geografia e le stagioni

il tempo che stempera il ricordo dell'amore scelto e lontano
e che coltiva i germogli dell'amore non scelto ma vicino di banco
che ti propone un'altra fetta di torta alla quale non riuscirai a dire di no
che ti stanca ora dopo ora il giorno e ti toglie la voglia di andare a correre la sera dopo il lavoro
che scombina le carte e i piani
le promesse le prenotazioni di voli
che ti ricorda che domani è di nuovo giovedi' e tu ancora non hai fatto questo
che avevi deciso di fare
ma invece hai fatto altre venti cose che non avevi deciso

il tempo che ti ricorderà un giorno all'improvviso quella pelle meravigliosa
e quel ricordo insoffocabile di bellezza mai realizzata
il tempo che ti farà vacillare di nuovo
e tornare sui tuoi passi, o forse no, perché il tempo ti avrà dato due figli e un mutuo

il tempo:
e
nessun
altro.


mattino

Il tuo profumo axe homme s'incolla alle fibre del mio vestito
e ci rimane aggrappato, anche ore dopo
la fine dell'abbraccio

la curva felina del tuo occhio
stempera il gelo dell'iride
e il tuo sguardo arreso e tenero mi accoglie al mattino
con una domanda silenziosa, timida,
'rimarrai?'
e mi accoglie
come il profumo del caffé
come il tuo corpo biondo, quella peluria soffice dorata
e la luce pallida che l'attraversa

con te tutto scorre lievemente, senza ingorghi senza nodi senza dolori
una scodella di tenerezza e un bicchiere di risate leggere

tutto è maturo, nessuna scena madre nessun melodramma
t'inoltri nella vita con sensibilità e sicurezza:
rassicurante
senza essere noioso
e con delicata perseveranza coltivi queste radici in me
senza demordere

giorno dopo giorno
tenerezza dopo tenerezza
risata dopo risata

e mi ritrovo a guardarti con altrettanta tenerezza
a carezzarti la nuca finché il tuo respiro si fa pesante
e le membra cedono al sonno

e mi ritrovo a guardarti con una domanda silenziosa, timida
'rimarro'?'
e ti accolgo al mattino
come il profumo del caffé.

lunedì 5 dicembre 2016

Ciao Marta

Ciao Marta, come va?
Spero che il tuo viaggio stia andando bene.
Ti scrivo perché proprio oggi anche io sono in viaggio, e chissà, non so dove ti trovi adesso, ma se per caso dovessi passare dalle parti dell'oceano Atlantico o giù di lì, fammi un fischio, che magari ci becchiamo e ci beviamo un bel gin tonic tra le nuvole - così, per far le fighe - gentilmente offerto dalla Iberia Airlines. Non credo faranno storie per un gin tonic in più.
Oppure una bella birra belga, che ne dici? Di quelle toste, che alla seconda già il mondo pare un turbinio di gioia e bollicine e ammore, che anche il freddo e umido Belgio pare meno freddo e meno umido, ti ricordi?
Mi sa che avrò bisogno di berne più di un paio, oggi, prima che il mondo paia un turbinio di gioia.
Ma in fondo Marta mi pare quasi di sentirti, e di vederti, anche; scacciare con le tue grandi mani a paletta tutta questa tristezza con un gesto scherzosamente infastidito, e dire, con tono burbero e affettuoso 'ma che è sta lagna, oh! non è mica morto il papa!'
No, è vero, hai ragione. Ma mannaggia a te Marta, non riesco a smettere di riempire sti fazzoletti, tovagliolini, sta cartigenica di plastica dell'aeroporto di copiosissimo, inarrestabile moccico.
Pare quasi ridicolo, surreale che manco una settimana fa ti ho scritto per dirti che tornavo, che tornavo in Italia e per di più a Roma, e che finalmente ci saremmo potute vedere, spalleggiare, avremmo potuto sparare stronzate a raffica sulle cose serie della vita.
E volevo che tu lo sapessi, senza dirti che sotto sotto uno tra i motivi che mi hanno fatto propendere al ritorno eri proprio tu.
Perché sono stufa di non esserci mai quando coloro che amo vivono momenti di fragilità, anche quando, nella loro lotta di tigresse, non lo raccontano, con quel misto di forza, dignità, e riserbo che le creature possenti sanno avere nei momenti difficili.
E ti avevo pure rilanciato la storia del casolare animativo, hai visto? Adesso non si può più rimandare. Dobbiamo farlo succedere.
Eh sì, perché ora che sei in viaggio, ci si dovrà pure inventare qualcosa per riempire quel vuoto di tigressa che hai lasciato.
Che tutte queste cose che avete  iniziato, con determinazione, energia, coraggio, e forse quasi rabbia, o paura, non so definirla, come se in misteriosamente in qualche parte di te lo avessi presagito che non c'era così tanto tempo da permettersi di perdere tempo; tutte queste cose ci avete insegnato che sì, si possono fare.
E che ne abbiamo bisogno. Devono poter continuare ad esistere.
Che questa lotta per immettere nel mondo più bellezza, più gioia, più intelligenza, più humor, più senso critico non può rimanere così, con le mani in mano, ad aspettare in eterno il tuo ritorno.
Ci prenderemo cura di lei. Hai capito?
Sono seria. Ci vediamo, Faffona.
Esplora bene da quelle parti, che poi quando arriviamo ci porti a fare un giro.

venerdì 5 agosto 2016

troppo sole

ho chiesto il sole cosi a lungo
l'ho implorato, di scaldarmi le ossa, bruciarmi la pelle
assetarmi asciugarmi spaccarmi la superficie e trasformarla
in un'argilla secca

come ho chiesto la solitudine
l'ho implorata di riempirmi le giornate di vuoto e di ossigeno
di spazio per poter prendere fiato, ritrovare le parole
o anche solo pensieri che fossero miei
e non pensati a meta' per essere pensati in due

ho chiesto alle creature che sfioravano la mia pelle
e chiedevano di penetrare la mia essenza piu' profonda
di lasciarmi andare, di andarsene

e ora mi sento secca e vuota, e mi piace
pero' due gocce di pioggia le divorerei
una presenza a riempirmi

e ancora in fondo lo vedo anche io quel miraggio inutile
sotto gli schiaffi ardenti di questo sole
dell'Unico che Basta
unico e per sempre a soddisfare, a placare, a stupire, a rassicurare,
a non annoiare, a sfidare senza distruggere, a restare individuo senza
allontanarsi troppo, a curare senza diventare indispensabile,
a chiedere senza obbligare, a fare il sesso migliore
a fare l'amore migliore
per sempre

mercoledì 15 giugno 2016

Disimparare

uno. due. di piu'. ancora uno.
sorridono leggeri con le loro pagine dipinte di storia
con i loro occhi, la loro bocca piena di vita
i loro occhi, le mani belle, la mente bella, e quella risata imprevista
e quel dettaglio che svela nuovi volti del loro essere:

li voglio tutti cosi', leggeri e liberi nella mia esistenza
e voglio essere cosi', leggera e libera nella loro

sfiorarmi e farmi sfiorare, avvolgerli e lasciarmi avvolgere
e un poco di tenerezza anche, e non solo la ferocia del desiderio:
quella dolcezza al risveglio con le mani che si cercano
e il volto si nasconde tra le clavicole dell'altro per sfuggire ancora
cinque minuti al giorno che arriva

e poi buona giornata, amante, amato
amanti
amati
ti regalo e mi regali una parte preziosa del tuo tempo e del tuo essere

e senza violenza ci lasciamo la liberta' di essere
io, te
e poi gli altri, le altre
senza crudelta' e senza abuso, e quindi con cautela e gentilezza

ma mai tua, mai mio

sarebbe bello


impariamolo.

sabato 7 maggio 2016

Conseguenze intrinseche dello spaziotempo sulle affinità intersoggettive

E poi d'improvviso le tue labbra
lontane
effimere
sparire nella bruma
sfilacciarsi come nuvole lontane

e la stretta delle tue dita
sulla carne dei miei fianchi
il loro profilo perfetto
sciogliersi
nell'ondeggiare quieto
dei battiti del tempo
e ad ogni battito farsi più vago
ad ogni battito più trasparente
fino a farsi un niente,
una bazzecola che la mente invano
s'affanna a tracciare sul foglio
bianco del presente ma è un inchiostro
che scompare

il nostro

è un inchiostro che

mercoledì 20 aprile 2016

via

sparisci

lasciami in pace

prima che la nebbia sia di nuovo troppo densa per partire
prima che faccia troppo freddo per uscire dalle lenzuola
prima che diventi tutto troppo naturale
prima che ti legga negli occhi quel pensiero che non sai ancora di pensare

lasciami in pace

prima che diventi troppo dolce la tua pelle
e troppo duro il tuo desiderio da poterlo soddisfare

sparisci dai miei occhi dalle mie ossa, che stai scivolando giù,
troppo profondo

vattene

prima che io perda quel poco di ragione che ancora mi resta
che non voglio esserci quando il desiderio finirà
né quando nascerà la rabbia, né quando quest'armonia si trasformerà in stridore
non voglio esserci quando non vorro' più le tue labbra
non voglio esserci quando i tuoi capelli di petrolio non mi faranno più rabbrividire
non voglio esserci quando ti annoierai
o penserai che sono pazza e me lo dirai
non voglio esserci quando mi chiederai di restare, o ti chiedero' di non andartene
quando il mistero sarà svelato, e non rimarrà nient'altro che la brace spenta
e un po' di cenere umida

non voglio esserci quando non ci vorremo più

sparisci




 

giovedì 24 marzo 2016

Riattivazione

linea tenera, tesa e dolce, ossa tendini scolpite la pelle
torpori, si risveglia ogni singolo frammento dimenticato
del mio naso, le mie ghiandole, come una fabbrica a riposo che riprende il moto
degl'ingranaggi pieni di polvere e vecchio grasso che brucia al calore del movimento
e puzza
come me
linea tenera tesa e dolce
mentre invano nascondo l'odore del mio desiderio 
ti osservo t'intravedo, fingo di non vederti ma ti cerco famelica con la bocca sulla punta degli occhi
l'angolo preciso della scapola che disegna la tua schiena
la linea capricciosa dei capelli dietro al tuo orecchio
il colore caldo, di terra, della tua pelle che piano si scopre con la stagione che avanza
e il petrolio nero dei tuoi capelli e dei tuoi occhi
che conficcano le unghie nei miei qualche istante al giorno
e poi fanno finta di lasciarmi in pace
ma quando sono vicina quando sei vicino
i nostri corpi distanti soffocano un gemito, all'unisono
che non c'è stato contatto: ma la materia non è tutto.


 

lunedì 4 gennaio 2016

La notte scorsa ti ho sognata. D'improvviso sorridevi, d'improvviso stavi bene, eri talmente radiosa che parevi ringiovanita, anzi, lo eri, e ti eri fatta la permanente come ti piaceva tanto, e la mostravi con una civetteria da ragazzina adolescente. Ti eri adirittura tinta le unghie.
Ho sognato che sorridevi, come ormai è da tanto che non ti ho vista sorridere, forse anche perché con la lontananza ti ho vista poco e per poco tempo, negli ultimi anni.
Voglio ricordare questa immagine sognata come si ricorda un ricordo vero.
Te la dipingerò con dolcezza sul tuo volto stanco, spossato, rarefatto, arreso.
Così che quando ti addormenterai, quel sorriso scivolerà tra le tue rughe e lo farai tuo, e le tue sopracciglia increspate dalla fatica e dalla vita si scioglieranno in sollievo, in un sonno sereno.
Buonanotte, Anne Marie.

mercoledì 7 ottobre 2015

Vorrei una gioia pura
priva di conseguenze
un piacere estratto dai nodi della vita
una tenerezza senza promesse
approdare a pelle inesplorata
senza restare in superficie
ma senza lasciare ferite
come un coltello che scivoli nella carne e non
la laceri


ma non esiste
arma

contatto

senza storia.




domenica 9 agosto 2015

Ode al clima mite
alla dolcezza dei suoi tramonti
delle sue brezze campestri
al sole urlante del tocco
che non soffoca d'afa e di calura

Ode al clima mite
alle sue notti fresche che quasi un brivido
sfiora le cosce
ode alla fronte che s'imperla di sudore
alla fronte che s'asciuga al vento

Ode al clima mite
all'arrivo del temporale
e al suo ripartire;
ode alla pioggia che deterge
la pelle accaldata del mondo
e delle sue bestie

senz'affogarla in un languido
torpore di muffa umida e fredda

senz'assetarla nel disperato boccheggiare
dell'arido

senza prostrarla sotto
il torchio d'acqua e calore del tropico

Ode al clima mite
ai suoi verdi come ai suoi gialli
i suoi grigi come i turchesi
i suoi giorni come le sue notti

il suo quieto sorridere
il suo piangere discreto.

sabato 29 marzo 2014

Che si mangia la coda

Raffiche di vento tiepido. Tutto vola, viene trascinato dalla forza dell'aria, fazzoletti quaderni cannucce pannelli menù del giorno. Chiacchiericcio, mormorio come di ruscello, rintocco di campana. La piazza, il mercato coperto, capelli scarmigliati, tintinnare metallico di cucchiai sulle tazzine da caffé.
I miei vicini di tavolo parlano arabo. La loro musica mi spinge indietro, come il vento, Bruxelles Avenue Stalingraad e i suoi bar pieni di uomini scuri e i loro the alla menta. Al mercato di Midi, la domenica, e il suo caos variopinto, le sue crèpes unte strabordanti di pomodori secchi, olive, formaggio e miele.
Penso a tutto quello che a Bruxelles c'era, ma non nella mia vita. Dico, quello che c'era, ma che non entrava a far parte della mia quotidianità, pur esistendo. Che non vivevo, di cui non approfittavo - e non è un rimpianto, ma un'osservazione.
E' piuttosto un dirsi: ecco, vedi, anche quando le cose ci sono, le abbiamo a portata di mano, sono possibili, non è detto che poi le scegliamo, che le inseriamo nella rosa dei nostri gesti, delle nostre routine. Non è detto che, dopo tutto l'intreccio di coincidenze, circostanze ed abitudini, diventino veramente parte integrante del nostro tempo spicciolo.
Ci affascinano e c'innamorano al primo sguardo, sono loro a spingerci a scegliere un luogo piuttosto che un altro; sono loro che sussurrano teneramente ai nostri orecchi promesse di una vita possibile.
Ma poi non rimangono. C'innamorano e poi, come erose dal passare del tempo, svaniscono poco a poco.
E diventano cornici nostalgiche alla vita reale, quella delle cose ripetute, conosciute, svuotate di poesia e di tenerezza, della coda al sindacato, la spesa al supermercato che è chiaramente più caro del mercato ma è dietro l'angolo, è comodo, è aperto tutti i giorni; la vita del tornare a casa stanchi morti, la sera, e non aver voglia di scoprire nulla, e non averne le forze, della solita birra il solito bar i soliti amici i soliti discorsi a proposito dei soliti problemi.
Cornici nostalgiche di quel primo sguardo innamorato, quel primo mondo luminoso e palpitante di universi nascosti e promettenti da scoprire, o da inventare.

Alla fine gli esseri umani girano sempre in tondo. Io mi preoccupo perché rifaccio sempre le stesse cazzate, è vero, ma alla fine, a pensarci bene.
Quelli che vivono in un posto solo per tutta la vita, girano in tondo anche loro. Sulla solita birra, i soliti bar, i soliti amici i soliti discorsi sui soliti problemi.
E' che io faccio semplicemente un giro geograficamente più largo, forse non bevo la solita birra nel solito bar coi soliti amici. Ma faccio i soliti discorsi sui soliti, maledetti, problemi del cazzo.

venerdì 15 novembre 2013

Frammenti ritrovati di un rullino perduto - found fragments of a lost film roll

Today I finally managed to install my good, old, stubborn scanner; and that plunged me into a whirl of memories and one year-old negatives.
Here you have some extracts dating January 2013, when I got caught into a palestinian snowstorm (not a metaphor) and I took a lot of pictures that got lost, but that wasn't enough to make me forget what I've seen, luckily.







lunedì 18 febbraio 2013

תל אביב


C'è un brusio di rondini nell'aria
stasera
un barbaglio di primavera, timido
spiraglio in questo gelido febbraio:
la via s'è aperta
al lungo andare verso il nord.
Qui le rondini ed altri voli ed altre mete
s'incontrano
in attesa che il sole faccia loro strada
sciolga nevi
dischiuda germogli e risvegli profumi
e la mia pelle, stupita
si scioglie anch'essa
e le mie ossa s'asciugano
in questa luce viva
ed il cuore esulta d'un battito potente,
cristallino.

E come spiegare loro che per questa terra
così cara alla mia carne, ai miei occhi, alla mia bocca
si muore da secoli
che l'idiozia umana supera la bellezza
che il prezzo di questa quiete chiama vite umane
e ti onora col fucile ben stretto tra le mani
e che gli unici a scamparla, in fondo, sono i maiali:
quelli a quattro zampe.

Non capiranno, le mie ossa;
seguiteranno a rincorrere il sole
la mia pelle si scioglierà ancora, cieca di gioia
ma io parlerò con te, Dio
e ti chiederò se sei felice.





תל אביב, Tel Aviv - dall'ebraico, 'collina della primavera'

martedì 15 gennaio 2013

Storia di un Rullino Perduto


14 gennaio 2013

Sfuggono, sfuggono sempre e comunque. Anzi, la fanno franca, ecco il termine giusto; franca come se avessero, non so, una specie d'incantesimo protettore, uno scudo magico d'impunità dalla loro, che li tiene a galla, li tiene in piedi nonostante infrangano accordi internazionali, giustizie e giudici locali, nonostante la corte suprema dica che no, non si può fare, nonostante su carta le cose siano scritte diversamente, loro, imperterriti, sfuggono.
E il colmo, la ciliegina sulla torta, è che non sono solo loro a sfuggire, ma misteriosamente anche le prove, le testimonianze di questa sfuggevolezza; e infatti sfuggono le pellicole fotografiche dallo zaino, sgusciano via da tasche semiaperte, rotolano indisturbate tra un controllo ai raggi x ed un metal detector, e sono proprio quelle più importanti a sfuggire, e si perdono nel marasma di una stiva d'aereo, inghiottite dall'oblio di valigie pesanti e straniere.
Si, dev'essere stato così che l'ho perso, il rullino.
Ecco, l'ho detto.
Ho perso il Rullino Importante.
Quello scattato a Hebron.
Quello con lo spartitraffico che non spartisce il traffico, ma gli ebrei dai palestinesi, in mezzo al centro storico della città.
Quello con i due militari nel gabbiotto al confine tra una zona e l'altra, che mi dicono che posso scattare loro una foto, se voglio. Anzi, è uno dei due a dirmelo, l'altro è uno stronzo patentato che insiste con l'apostrofare Khaled in ebraico anche dopo che lui gli ha detto, gentilmente, che lui l'ebraico lo parla poco, che sa poche parole, non abbastanza per una conversazione articolata; e oltre che stronzo pure arrogante, che quando finalmente si decide a parlare in inglese, grazie anche all'intercedere dell'altro, più gentile e comprensivo, sbraita verso Khaled “Lo sai che non puoi passare tu, eh? Lo sai no? Lo sai perché, vero? Non passi, tu. Se vuole può passare lei – e indica me col mento – ma tu, no”.
E allora Khaled calmo risponde che si, lo sa, che sa bene, e che non ha alcuna intenzione di passare, mentre l'altro soldato cerca di placare lo stronzo, dice di lasciar perdere, che non ce n'è bisogno, dai, basta così. È lui che mi dice di fare la foto. Avrà sui ventidue anni, forse ventitré, non riesco mai a capire che età hanno in questa parte del mondo perché sembrano sempre più adulti; ha lo sguardo e la voce gentile, e non sembra né fiero né imbarazzato dal suo stare lì, alla frontiera, lui in fondo ci si è trovato perché ce l'hanno piazzato, e non può farci più di tanto, se non fare il lodevole sforzo di essere, almeno questo, gentile.
Ho perso il rullino con la foto di Khaled, con il suo volto tondo e sorridente incorniciato dalla keffiah e dal berretto, con i suoi occhi un po' a mandorla, di un colore indefinibile ma chiaro, luminoso; Khaled che fa il tassista – Peace Taxi, recita il suo biglietto da visita – la guida turistica e presto, spera, l'istruttore di scuola guida.
Khaled, che ci porta a visitare il campo profughi Aida, il luogo in cui è nato; un nome così grazioso per un formicaio di cemento incuneato tra Betlemme ed il muro, con i suoi vicoli stretti e ricoperti di una coltre melmosa di neve sciolta, che pare il fondo di una granita; e che oggi fa da sfondo alla battaglia di palle di neve più agguerrita che io abbia mai visto.
Che poi mica scherzano, qui; sono tutti tiratori professionisti, nati con i sassi tra le mani, e la loro vittoria contro noi europei rammolliti è assicurata e stracciante.
Khaled, attivamente e convintamente sostenitore della via politica, diplomatica, la più difficile nei momenti difficili perché richiede pazienza e dialogo proprio quando la maggioranza preferisce e sceglie l'idiozia testosteronica ed ottusa, perché è più semplice, perché è più facile legittimare una reazione violenta in risposta ad una violenza, piuttosto che ragionare.
Ho perso il rullino con le viuzze del suq di Hebron, bellissime e desolate, un po' perché c'è la neve ed è un evento così raro in questa terra che la gente semplicemente non sa che pesci pigliare, per cui piuttosto chiude i battenti; e un po', perché l'esercito israeliano, che ci sia la neve o meno, ne impone la chiusura per la maggior parte del tempo, per ragioni di sicurezza, dicono loro.
Devono aver scoperto qualche esplosivo ottenibile dal mix letale di paprika, coriandolo e hummus. Non si sa mai, con questi palestinesi.
Intanto l'economia cittadina poco a poco collassa, la gente si scoraggia, e piano piano, umiliazione dopo umiliazione, se ne andrà, e la città sarà finalmente un foglio bianco su cui scrivere un altro capitolo della gloriosa espansione d'Israele, oltre ogni confine, accordo, e trattato di pace.
Un paese-bulldozer, insomma, uno sfavillante, tecnologicamente avanzato, liberale, conservatore, coraggioso, arrogante stato-bulldozer.
Che ha trasformato una terra di sassi e sabbia in un gioiello agrario e non solo; capace di accoglierti calorosamente, di poter sventolare orgogliosamente bandiere arcobaleno nella capitale lgbt del medioriente, e che non si fa scrupoli a piazzare villaggi playmobil sui cocuzzoli del cosiddetto West Bank, o Cisgiordania, o Palestina, quando i palestinesi, su quei cocuzzoli, possono solo farci l'orto e coltivare, e non certo costruire case, scuole, fabbriche. È vietato, per loro.
Devo dire che c'è una bella faccia tosta internazionale nel dire che la 'Palestina – che poi, quale? - dovrebbe impegnarsi a creare una crescita e uno sviluppo economico indipendente invece di protestare sempre contro Israele'. Una volta mi è stato detto che 'a loro piace essere poveri. Ci provano gusto'. Eccerto. È il loro sport nazionale dopo il lancio di sassi agonistico.
Ma in fondo mi rendo conto che la situazione è ben più complessa, articolata, frammentata, e che è impossibile essere oggettivi, soprattutto per qualcuno come me che ne sa così poco, e che si affida al pochissimo che ha visto; per cui facciamo che rallento, freno, e faccio marcia indietro e torno a ciò che mi compete, che poi era il famoso Rullino Perduto, il quale probabilmente rabbrividisce solo ed impaurito nel ventre metallico di un airbus turco che fa spola tra Istanbul e Tel Aviv, o tra Istanbul e Roma; oppure è rimasto incastrato in uno dei tapis-roulants del trasporto bagagli, ed ha inceppato tutto, scatenando l'ira e la disperazione di svariati operatori nonché passeggeri.
Oppure è finito tra le mani di un dubbioso e perplesso scaricatore di valigie sotto contratto a progetto, che forse in uno slancio di curiosità lo porterà a sviluppare, si morderà le mani nel venire a conoscenza del costo di cotale operazione, ma la curiosità avrà ancora la meglio – chissà, magari delle foto piccanti – e poi alla fine, alla vista di fili spinati, militari e keffiahs, deluso e incazzato per lo spreco di soldi, probabilmente getterà tutto quanto in pasto al cestino, sospirando e rimproverandosi di non essersi fatto gli affari suoi.
Ma se la curiosità, invece, per uno scherzo della ragione, dovesse avere di nuovo la meglio, mi piace pensare che potrebbe venirgli voglia di capire dove si trovi quel posto pieno di fili spinati, e neve, e soldati, e tizi con la faccia tonda e sorridente ed una sciarpa con un motivo già visto, forse al collo di qualche studentello in cerca di rogne ad una manifestazione, forse in qualche immagine alla televisione, a coprire i volti di tizi be più minacciosi di quello nella foto, con i suoi occhi chiari e bonari.
Il quale, nonostante la bonarietà nonché affiliazione al Fatah, si lascia sfuggire uno 'charmouta', sibilato tra i denti ma non certo mormorato, in direzione di uno dei tanti militari israeliani di guardia al check point della Moschea di Abramo.
Figli di puttana, dice.
Sono sicura al cento per cento che l'hanno sentito, e che sanno perfettamente cosa vuol dire, e che non è la prima né sarà l'ultima volta che se lo sentiranno dire. Non li invidio, per niente. Per quanto stare dalla parte di chi ha un M-16 in mano e l'arsenale più avanzato del mondo a coprirgli le spalle sia sempre più facile, non è facile, lo stesso.
Rientriamo nel labirinto di viuzze del mercato, e scatto una foto alle reti metalliche tese a mo' di protezione sopra le nostre teste. I coloni che abitano al primo piano gettavano sassi ed altri oggetti dalle finestre, sulle teste dei passanti arabi, e quindi è stato necessario installare reti protettive.
Aspetta un momento, com'è che si chiamava questa in altri luoghi, in altri tempi? Segregazione razziale? Apartheid? Ma no, no. Qui è diverso. Qui si parla di un paese Moderno, Democratico che, semplicemente, espande i suoi confini ed il suo potere civilizzatore nelle terre barbare d'oriente.
“Ma infatti, menomale che c'erano loro, l'altro giorno” mi fa Khaled sorridendo senza cattiveria ma con una vena di malizia; “i soldati israeliani sono venuti a spalare la neve e a ripulire le strade, sono stati proprio gentili. 'Bravi!' ho detto al capitano, 'dovremmo diventare amici su facebook!” e scoppia in una risata contagiosa e, per quanto mi riguarda, incredula.
Il senso dell'ironia che riscontro sia da una parte che dall'altra – nelle persone intelligenti, ovviamente – è una delle caratteristiche che mi ha più colpito di tutta la situazione.
Noi, da lontano, ne intravediamo la gravità e pesantezza, i nostri volti corrucciati dall'indignazione, da bravi europei pronti a contestare e prendere a cuore la causa del più debole, seduti nel nostro confortevole divano, ignari di quanto costi al mondo la nostra comodità.
Loro, da vicino, quotidianamente costretti alla bruttezza di una separazione in casa senza via d'uscita, non possono permettersela proprio, la pesantezza. Ucciderebbe gli uni e gli altri, più di quanto questo già non succeda.
E così la vita va avanti, anche dopo i missili da Gaza, le sirene, lungo i muri ingiusti e brutti, oltre i check point, nei campi profughi umidi e tristi e vivi, negli occhi chiari di Khaled, nei negozi di souvenir in piazza a Betlemme, che risentono del calo di turisti dopo gli ultimi bombardamenti, insomma, nonostante tutto, la vita continua.
Chissà, forse continuerà anche la storia del mio Rullino Perduto, forse le immagini che custodisce verranno un giorno alla luce, con la loro inconfutabilità, il loro ambiguo, ma universalmente riconosciuto, statuto di prova, con la loro superiore forza comunicativa, immediata ed autonoma dalle parole.
Intanto questo Rullino l'ho raccontato, per evitare che le sue sfumature, ancora così vivide nella mia mente, si stemperino fino a perdersi; che sarebbe un peccato, che erano proprio loro ad essere importanti, più di quel bianco e nero che tendiamo sempre a favorire nella visione e percezione dei conflitti, sono loro che ho scoperto in questo viaggio e che hanno ampliato la gamma dei dubbi e lo spessore della confusione.
Buona fortuna, Rullino. Ti lascio vagare nel mondo, e nella speranza che tu possa un giorno nascere, esorcizzo la tua perdita, raccontandoti.


venerdì 19 agosto 2011

Sassi

è che ogni volta
mascheriamo questa terra nera con palloncini di colore diverso
fino a soffocare l'orizzonte
e dimenticare la linea di carbone
che traccia il nostro battito e il nostro sbattere
ma poi arrivano gli spilli
poi
e poi sono schianti secchi
brandelli di colore ormai morto, lontani dal cielo
e la terra nera appare di nuovo
desolata e deserta
senza trucchi né belletti, è qui, sempre.

siamo fatti di sassi
che è inutile dipingerci la carne

domenica 27 febbraio 2011

Photographic Diaries: Napoli




this is the first one - I hope - of a longer list :)

domenica 9 gennaio 2011

Il Pensiero Incoerente

Era una notte come le altre; una di quelle coi fuochi d'artificio ed i petardi, è vero, con quel refolo di vento al gusto brumoso di zolfo; ma in fondo il cielo era sempre fatto di cielo, e si vedevano manciate di stelle accovacciarsi vicine tra il cornicione di un tetto e la grondaia d'un altro. Insomma, una notte qualsiasi, piena di aspettative, e di speranze, e noia e disillusione.

Fu in quella notte che il Pensiero bussò alla porta e chiese di entrare.

Disse al citofono che fuori faceva un po' freddo; sapete, in fondo era inverno, e si sentiva eccome! Con tutti gli spifferi ed i pertugi che lasciavano correre per la casa un vento aguzzo e birichino; ma disse anche, con una tale gentilezza ed educazione che già non gli si poteva rifiutar nulla, che sarebbe stata una cosina da poco, che avrebbe tolto subito il disturbo, giusto il tempo di scaldarsi la punta delle dita; e che in quel tempo sarebbe stato buono in un angolo pur di recare il minimo disturbo possibile, senza proferir parola.

Non mi pareva certo cosa garbata rifiutare un così premuroso ospite, leggero come un batuffolo di cotone, soffice d'angora, mite e compito che poteva passare in sordina.

Ebbi però un attimo di esitazione – in fondo era uno sconosciuto, chi poteva sapere di cosa fosse capace. Poteva star mentendo! Poteva essere, ad esempio, che invece di gentilezza quella era tutta una copertura per certi loschi fini, per rubare o per estorcermi chissà quale bene prezioso; oppure avrebbe potuto dare fastidi alla Signora C., padrona dello stabile, perché un estraneo s'era introdotto senza credenziali né precise e definite motivazioni che spiegassero dettagliatamente la sua presenza; oppure avrebbe potuto mettere a soqquadro tutta la stanza, così, di punto in bianco, per il semplice gusto di far confusione, e si sa come sono questi giovani, pieni d'energie e d'uscite bislacche, e si sa anche quanto la Signora C. tenga al mantenimento dell'ordine e della chiarezza.

Poteva essere tutto questo, in fondo; oppure niente. Decisi che potevo rischiare: la voce pareva sinceramente gentile, e non poteva nascondere nulla di malefico.

Quando il Pensiero fece il suo ingresso nella stanza, però, il mio cuore visse un palpito ignoto.

La figura che avanzava timidamente, ma senza indugio, lungo la parete tappezzata di quadri di Cose Certe, aveva lunghe gambe affusolate, quelle di chi cammina coll'incedere placido e lento delle giraffe; e le mani parevano due conchiglie grandi, due stelle marine, nodose e delicate, e parevano fatte solo per decorare il mondo di cose belle e curiose; mentre il petto, le spalle e le braccia, assieme, avevano un che di albatros, sentinella di mare dalle lunghe ali profumate di salsedine.

Mi venne vicino, e con i suoi occhi chiari d'alba, s'inchinò leggermente, con dolcezza, ringraziamento muto, e si accomodò su una sedia piccola e scomoda, al limitare del cerchio di luce, sorridendo impercettibilmente.

Giunsero presto gli ospiti, chiassosi e muniti d'invito, ciascuno con la sua bella spiegazione in carta da bollo tempestata di certificazioni, secondo i desideri della Signora C.; ciascuno elegante, e bello, e pulito, e soprattutto perfettamente combaciante con il successivo ospite, come fossero stati pezzi di un puzzle in fila uno dopo l'altro; e ciascuno radioso, emanante una scintilla di soddisfatta e completa giustezza, stupefacentemente a proprio agio in quel salottino addobbato di quadri anch'essi eleganti, belli e puliti.

All'arrivo della Signora C., l'intera compagnia diede inizio ai festeggiamenti con l'usuale affabilità e socievolezza: tutti ridevano, parlavano, brindavano col sorriso ampio e lucente. La Signora C., felice, esultava al centro della festa, mentre sotto i suoi occhi si componevano tra gli invitati precise ed impeccabili alchimie di cause ed effetti.

I Logici ed i Sensati stavano composti e piacenti all'interno del cerchio, ora scambiandosi una saggia parola, ora tornando a sorseggiare dai calici, ora tirando un buffetto paterno ai marmocchi che s'inseguivano tra le gambe dei tavoli. Quanta misurata grazia in ogni gesto, quanta ragionevolezza, quanto ordine e quanta maestria in quest'orchestra di professionisti.

La Signora C. era raggiante.

D'improvviso mi ricordai dell'ospite inatteso sopraggiunto ancor prima di ogni invitato, e mi voltai, con un vago presentimento che mi germogliava in petto, in direzione della sedia scomoda al varco tra ombra e luce.

Il cuore mi balzò in petto: era sparito!

Ma insomma, dico io! - protestavo indignata tra me e me, tentando di nascondere un crescente disagio – non solo piomba così in casa mia senza la minima credenziale, non solo non proferisce parola e se ne sta in disparte, non solo rischio di mandare la Signora C. su tutte le furie solo per tenerlo al caldo, ma questo oltretutto ha la sfacciataggine e la maleducazione di non salutare nemmeno!

E intanto quel germoglio pareva crescere, muto, nutrito dal palpitare accelerato del mio cuore.

Ma senza che io potessi rendermi conto anche solo minimamente di cosa stava per accadere, come il marinaio che avvista troppo tardi il fianco liscio e trasparente del ghiaccio per impedire alla nave di schiantarvisi contro, il Pensiero comparve al mio fianco, le sue ali di albatros tenere di pioggia salmastra, che sapevano di lontananza, d'incommensurabile nostalgia e cose mai calcolate ed incomprensibili ed ignote; la sua figura stava, imponente e placida, lievemente ricurva su di me, ed aveva il suo sorriso impercettibile disegnato sulle labbra, a comunicarmi il suo saluto ed il suo ringraziare silenzioso.

Senza parole né comprensione, non seppi cosa dire, e non potei e non riuscii a dir nulla.

Egli, dal canto suo, comprese, e si chinò dolcemente su di me, posando quelle labbra soffici sui solchi perplessi della mia fronte, lasciandovi un'orma come di passo sull'arena, un tiepido calco, un segno d'ustione quando il dolore ancora non si palesa.

E poi svanì dal cerchio di luce, e si richiuse sommessamente la porta alle spalle.

E fu lì che accadde.

Vi fu un tremendo schianto che fece rimbombare le pareti, ed i vetri tremarono anch'essi per l'onda d'urto, e grida di spavento e poi d'orrore si levarono d'improvviso dagli invitati: i quadri erano tutti caduti a terra simultaneamente e, fatto ancora più inspiegabile e terribile, questo era potuto accadere perché essi erano divenuti, da un momento all'altro, di pietra. Tutti. Tutti dei massi, macigni, bam, i chiodi non avevano tenuto e via, per terra.

La Signora C. iniziò ad indicare affannosamente e rabbiosamente la porta e riuscì a gridare, con un rantolo strozzato, le seguenti parole: - un Pensiero...un Pensiero Incoerente! Era... era qui! È...aghrrrll... è la fine...hgrrrrhl... – e continuava a rantolare ed a contorcersi, come presa da un male interno che cresceva inarrestabile - ...chi è il pazzo! Chi...ARRRGHHH...CHI!?!?! chi lo ha fatto entrare?!? - e si piegava, e si piegava agonizzando e sussultando, aggrappandosi alle vesti eleganti degli invitati e strappandone brandelli, come cedendo sotto una forza invisibile che la schiacciava e la premeva inesorabilmente contro il pavimento.

D'improvviso un grido d'orrore proveniente da un altro angolo della stanza, e tutti, ma dico tutti, si voltarono nella mia direzione.

Il gelo calò tra le quattro mura.

La Signora C. levò uno sguardo ormai pazzo di dolore e furente verso di me e riuscì a sibilare tra i denti: - mi fai schifo. -

Io feci per lanciarmi, incredula, a soccorrerla, a chiederle perdono, che non sapevo, che non pensavo fosse così pericoloso, che lui era parso gentile, che io non credevo, che mi dispiaceva – ma i miei muscoli gemettero e poi urlarono e poi mi guardai le braccia e le mani e mi si offuscò la vista, e non capivo come fosse possibile che delle cose che somigliavano a dei rami e delle foglie potessero spuntarmi dalla carne, anzi, da dentro, e poi dai piedi le radici, e la cosa assurda era che crescevano, implacabili germogliavano e germogliavano, e si dischiudevano i germogli in nuovi rami e nuove foglie, e s'inerpicavano e strisciavano e si aggrappavano alle mattonelle che poi estirpavano nel loro avanzare, mentre gli invitati indietreggiavano nell'orrore generale.

- mi fai schifo. - ripeté la Signora C., gorgogliando.

Ma io, stranamente, non riuscivo a capire il perché, ed il suo schifo mi pareva sempre meno sensato, ora che sentivo il profumo delle gemme sprigionarsi come una primavera insolita e traboccante, ora che una linfa verde mi sfrigolava nelle vene, e che mi sentivo crescere le estremità – oramai infinite – ad un ritmo costante ed esponenziale, un ritmo che crettava il pavimento ed incrinava i muri, sbriciolava la pietra ed ormai lambiva le scarpette laccate di qualche invitato.

In un batter d'occhio furono tutti fuori, resi folli dal panico e dal terrore, trascinandosi appresso la Signora C. ormai priva di sensi come meglio potevano, se potevano, lasciandola cadere a terra, riacchiappandola per una manica, sorreggendola per una gamba, inciampandovi sopra.



D'improvviso fui sola.

Il silenzio invase la stanza, ormai devastata ed irriconoscibile.

Eppure, il fruscio delle foglie, ed il sussurro dell'instancabile crescita dei rami e delle radici, mi tenevano compagnia e m'inebriavano, come il profumo delicato dei fiori; e rimasi a lungo incantata a contemplare la metamorfosi d'ogni cosa, di ogni propagazione di me, mentre i giorni passavano senza lasciare traccia su alcun calendario. Mi sentivo immersa nella vita.

A poco a poco, però, col passare del tempo, iniziai a sentire uno strano freddo impossessarsi delle mie membra, colpa forse delle finestre ormai sventrate, che lasciavano entrare un vento cattivo, straniero e poco amichevole; ed il silenzio diveniva piano piano sempre più assordante, come assordante diveniva lo sfrigolio costante della corteccia che si rigenerava ogni secondo, e gli schiocchi dei rami che si accartocciavano l'uno contro l'altro e premevano sino a spezzarsi, e gli schianti sempre più frequenti dell'intonaco e dei mattoni, che precipitavano e si sfracellavano a terra, spodestati dai germogli voraci; e quella solitaria contemplazione si trasformò poco a poco in un pianto di mancanza, in un sommesso richiamo, in un ricordo vago di salsedine e di piume, mentre una ferita via via più profonda sanguinava resina nel punto che un tempo era stata la mia fronte.

Né l'albatros, né la Signora C. fecero mai ritorno.

Avrei dovuto lasciarlo al freddo, quel Pensiero Incoerente.

martedì 23 novembre 2010

occhiodipesce

ora, premettendo che presto rivoluzionerò l'impostazione di questo blog ed aggiungerò cose fatte ammodìno...intanto pubblico questi ultimi deformi frammenti ihihihihih!



domenica 17 ottobre 2010

domenica 3 ottobre 2010

Ritornare

Uno. Due. Tre. Azionata modalità automatica raziocinante. Standby emotivo indotto. Uno. Due. Tre. Redigere la lista delle necessità primarie, in ordine di importanza e calcolate relativamente al tempo restante. Imprimere alla giornata un graduale processo di distacco. Con ripetuti passaggi, rimuovere dagli occhi quella patina d'amore che piano si andava a depositare sui piccoli difetti di questa e quella via, di questo e quell'altro locale, di questa e quell'altra vetrina.
Uno. Due. Tre. Reimpostare la scaletta del futuro prossimo. In tre giorni effettivi – 72 ore incluse quelle di sonno - operare la cancellazione di uno dei futuri possibili. Sognato. Immaginato. Sperato.
Via, fine. Un altro futuro possibile che si atrofizza nel mare in tumulto delle scelte, dei dubbi, dei cambiamenti repentini di rotta. Un piccolo universo che collassa, una stella che implode, una bolla che scoppia e lascia la mano del bimbo ancora aperta ed attonita, in cerca di quella superficie opalescente che pareva così presente nel mondo, così vera da non poter essere immaginata altrettanto fragile.
Uno, due tre quella storia non c'è più. Quella storia che ti raccontavi via via andando per le strade, e sentendoti straniero e poi accolto e poi straniero e poi accolto; quella storia che un po' ti dicevi da solo e un po' iniziavi a dire agli altri e con gli altri, che aveva il sapore di mura di casa, di casa vuota da riempire, di libreria da colmare finalmente di libri pesanti senza pensare al loro Peso Specifico Ossessivo Ryanair, e poi di pentole decenti, di spese collettive al mercato per avere un frigorifero degno di nome e non un ricettacolo di vuotezza e di cose a caso, buone solo a infilarle nell'acqua a bollire per riempire il vuoto e mai a soddisfare la pienezza; quella storia che imparava i nomi delle parole, e che s'illudeva che c'era tempo per impararne altri in questa lingua strana e lunga e strascicata e dura; quella storia che piano scopriva note, e che s'azzardava a ricordarsene, ed a sperare, s'azzardava a sperarne altre, e s'azzardava addirittura a sperare di coltivarne, nel tempo; quella storia che diceva che se i compagni di strada sono buoni, perché non continuare la strada assieme, con un'altra storia da da far uscire dalle nostre matite.
Uno due tre quella storia è una storia morta prima ancora di nascere.
Ciascuno torna a casa – o ci rimane – con un bagaglio un po' più ricco, un po' più pesante ma sicuramente un peso che pesa molto meno del vuoto. Siamo tutti più ricchi adesso, e non c'è da lamentarsi se questa cosa è durata solo tre mesi – poteva non esserci. Poteva essere terribile.
E invece è stata gravida di cose, talmente gravida che forse è da questo suo essere straripante di cose che tutti ci si aspettava che continuasse. E invece il suo era uno straripare trimestrale, giusto il tempo di affezionarsi, d'intravedere altro e di sognare, di ridere, di piangere, di maledire, di ringraziare, e poi fine.
Un due tre, il tempo è scaduto. Suona la sveglia. Fine del sogno, si torna a navigare, si torna al rollio ed al beccheggio del non sapere, del barcamenarsi goffamente sulla tavola per non perdere l'equilibrio sul dorso impietoso dell'onda.
E va bene, è meraviglioso l'aver goduto di tutto questo.
Solo, l'amarezza del vedersi ingordi, del chiedere di più quando si gusta il bello; del non riuscirsi ad accontentare di un barlume d'amore, come quasi fosse rubato ad un altro scorrere di eventi - come se questo che abbiamo vissuto tutti non fosse che una parentesi da un mondo che fluisce altrimenti, un'allucinazione che vale per quel che è, e che bisogna guardarsi bene dal volerla reale.
Un due tre, la fine del campeggio estivo.
Ci si saluta. Si piange. Si ride. Ci si bacia e s'innescano bombe atomiche con la leggerezza d'una farfalla.
Un due tre, non so più cosa voglio: anzi, lo so. Desidero il calore, l'abbraccio, la tenerezza di tutti coloro che invece in questi tre mesi – anzi, molti di più ormai – sono stati lontani. Desidero ascoltare i loro racconti, seguirli silenziosa nel loro andare, coltivare ciò che è stato troppo a lungo nell'armadio ad attendere; cullata da quel mondo tenero, un due tre non ho voglia di correre di nuovo, un due tre spengo la luce intermittente ed accendo una candela, un due tre spengo anche questo cronometro asfissiante, questo ritmo bionico, ed accendo il cuore.
Si torna a casa.

lunedì 27 settembre 2010

martedì 10 agosto 2010

sur la peau n°3



Some other stuff from brussels...always in the typical Landi-messy-style. Should I start thinking about giving a sort of sense-direction-meaning to these pictures?...if you have suggestions you're more than welcome: I've no idea of where I could start from!

sur la peau n°2

I apologize for the quality, but take those shots as previews please! :)
back to 3200 asa film...with grain and extreme contrasts! that's how I like it.






sabato 17 luglio 2010

Autonomadie

Le voyage est la mis e en péril forcée de nos habitudes débonnaires. Il induit de la sortre une part de risque incontrolable et depoussière nos vies trop rangées.

Bien voyager impose une adaptation au monde et à ses perturbations. Le voyage est à la fois centrifuge et centripète, ce qui le rend à juste titre inclassable et joliment mutant. Celui qui parvient aà s'arranger avec le voyage s'adaptera mieux au monde qui l'entoure.

Un tel voyageur saura modifier son itinéraire et corriger son point de vue sur les lieux traversés et les gens de passage.

from 'Autonomadie, essai sur le nomadisme et l'autonomie' by Franck Michel

mercoledì 14 luglio 2010