domenica 17 ottobre 2010

domenica 3 ottobre 2010

Ritornare

Uno. Due. Tre. Azionata modalità automatica raziocinante. Standby emotivo indotto. Uno. Due. Tre. Redigere la lista delle necessità primarie, in ordine di importanza e calcolate relativamente al tempo restante. Imprimere alla giornata un graduale processo di distacco. Con ripetuti passaggi, rimuovere dagli occhi quella patina d'amore che piano si andava a depositare sui piccoli difetti di questa e quella via, di questo e quell'altro locale, di questa e quell'altra vetrina.
Uno. Due. Tre. Reimpostare la scaletta del futuro prossimo. In tre giorni effettivi – 72 ore incluse quelle di sonno - operare la cancellazione di uno dei futuri possibili. Sognato. Immaginato. Sperato.
Via, fine. Un altro futuro possibile che si atrofizza nel mare in tumulto delle scelte, dei dubbi, dei cambiamenti repentini di rotta. Un piccolo universo che collassa, una stella che implode, una bolla che scoppia e lascia la mano del bimbo ancora aperta ed attonita, in cerca di quella superficie opalescente che pareva così presente nel mondo, così vera da non poter essere immaginata altrettanto fragile.
Uno, due tre quella storia non c'è più. Quella storia che ti raccontavi via via andando per le strade, e sentendoti straniero e poi accolto e poi straniero e poi accolto; quella storia che un po' ti dicevi da solo e un po' iniziavi a dire agli altri e con gli altri, che aveva il sapore di mura di casa, di casa vuota da riempire, di libreria da colmare finalmente di libri pesanti senza pensare al loro Peso Specifico Ossessivo Ryanair, e poi di pentole decenti, di spese collettive al mercato per avere un frigorifero degno di nome e non un ricettacolo di vuotezza e di cose a caso, buone solo a infilarle nell'acqua a bollire per riempire il vuoto e mai a soddisfare la pienezza; quella storia che imparava i nomi delle parole, e che s'illudeva che c'era tempo per impararne altri in questa lingua strana e lunga e strascicata e dura; quella storia che piano scopriva note, e che s'azzardava a ricordarsene, ed a sperare, s'azzardava a sperarne altre, e s'azzardava addirittura a sperare di coltivarne, nel tempo; quella storia che diceva che se i compagni di strada sono buoni, perché non continuare la strada assieme, con un'altra storia da da far uscire dalle nostre matite.
Uno due tre quella storia è una storia morta prima ancora di nascere.
Ciascuno torna a casa – o ci rimane – con un bagaglio un po' più ricco, un po' più pesante ma sicuramente un peso che pesa molto meno del vuoto. Siamo tutti più ricchi adesso, e non c'è da lamentarsi se questa cosa è durata solo tre mesi – poteva non esserci. Poteva essere terribile.
E invece è stata gravida di cose, talmente gravida che forse è da questo suo essere straripante di cose che tutti ci si aspettava che continuasse. E invece il suo era uno straripare trimestrale, giusto il tempo di affezionarsi, d'intravedere altro e di sognare, di ridere, di piangere, di maledire, di ringraziare, e poi fine.
Un due tre, il tempo è scaduto. Suona la sveglia. Fine del sogno, si torna a navigare, si torna al rollio ed al beccheggio del non sapere, del barcamenarsi goffamente sulla tavola per non perdere l'equilibrio sul dorso impietoso dell'onda.
E va bene, è meraviglioso l'aver goduto di tutto questo.
Solo, l'amarezza del vedersi ingordi, del chiedere di più quando si gusta il bello; del non riuscirsi ad accontentare di un barlume d'amore, come quasi fosse rubato ad un altro scorrere di eventi - come se questo che abbiamo vissuto tutti non fosse che una parentesi da un mondo che fluisce altrimenti, un'allucinazione che vale per quel che è, e che bisogna guardarsi bene dal volerla reale.
Un due tre, la fine del campeggio estivo.
Ci si saluta. Si piange. Si ride. Ci si bacia e s'innescano bombe atomiche con la leggerezza d'una farfalla.
Un due tre, non so più cosa voglio: anzi, lo so. Desidero il calore, l'abbraccio, la tenerezza di tutti coloro che invece in questi tre mesi – anzi, molti di più ormai – sono stati lontani. Desidero ascoltare i loro racconti, seguirli silenziosa nel loro andare, coltivare ciò che è stato troppo a lungo nell'armadio ad attendere; cullata da quel mondo tenero, un due tre non ho voglia di correre di nuovo, un due tre spengo la luce intermittente ed accendo una candela, un due tre spengo anche questo cronometro asfissiante, questo ritmo bionico, ed accendo il cuore.
Si torna a casa.