venerdì 19 agosto 2011

Sassi

è che ogni volta
mascheriamo questa terra nera con palloncini di colore diverso
fino a soffocare l'orizzonte
e dimenticare la linea di carbone
che traccia il nostro battito e il nostro sbattere
ma poi arrivano gli spilli
poi
e poi sono schianti secchi
brandelli di colore ormai morto, lontani dal cielo
e la terra nera appare di nuovo
desolata e deserta
senza trucchi né belletti, è qui, sempre.

siamo fatti di sassi
che è inutile dipingerci la carne

domenica 27 febbraio 2011

Photographic Diaries: Napoli




this is the first one - I hope - of a longer list :)

domenica 9 gennaio 2011

Il Pensiero Incoerente

Era una notte come le altre; una di quelle coi fuochi d'artificio ed i petardi, è vero, con quel refolo di vento al gusto brumoso di zolfo; ma in fondo il cielo era sempre fatto di cielo, e si vedevano manciate di stelle accovacciarsi vicine tra il cornicione di un tetto e la grondaia d'un altro. Insomma, una notte qualsiasi, piena di aspettative, e di speranze, e noia e disillusione.

Fu in quella notte che il Pensiero bussò alla porta e chiese di entrare.

Disse al citofono che fuori faceva un po' freddo; sapete, in fondo era inverno, e si sentiva eccome! Con tutti gli spifferi ed i pertugi che lasciavano correre per la casa un vento aguzzo e birichino; ma disse anche, con una tale gentilezza ed educazione che già non gli si poteva rifiutar nulla, che sarebbe stata una cosina da poco, che avrebbe tolto subito il disturbo, giusto il tempo di scaldarsi la punta delle dita; e che in quel tempo sarebbe stato buono in un angolo pur di recare il minimo disturbo possibile, senza proferir parola.

Non mi pareva certo cosa garbata rifiutare un così premuroso ospite, leggero come un batuffolo di cotone, soffice d'angora, mite e compito che poteva passare in sordina.

Ebbi però un attimo di esitazione – in fondo era uno sconosciuto, chi poteva sapere di cosa fosse capace. Poteva star mentendo! Poteva essere, ad esempio, che invece di gentilezza quella era tutta una copertura per certi loschi fini, per rubare o per estorcermi chissà quale bene prezioso; oppure avrebbe potuto dare fastidi alla Signora C., padrona dello stabile, perché un estraneo s'era introdotto senza credenziali né precise e definite motivazioni che spiegassero dettagliatamente la sua presenza; oppure avrebbe potuto mettere a soqquadro tutta la stanza, così, di punto in bianco, per il semplice gusto di far confusione, e si sa come sono questi giovani, pieni d'energie e d'uscite bislacche, e si sa anche quanto la Signora C. tenga al mantenimento dell'ordine e della chiarezza.

Poteva essere tutto questo, in fondo; oppure niente. Decisi che potevo rischiare: la voce pareva sinceramente gentile, e non poteva nascondere nulla di malefico.

Quando il Pensiero fece il suo ingresso nella stanza, però, il mio cuore visse un palpito ignoto.

La figura che avanzava timidamente, ma senza indugio, lungo la parete tappezzata di quadri di Cose Certe, aveva lunghe gambe affusolate, quelle di chi cammina coll'incedere placido e lento delle giraffe; e le mani parevano due conchiglie grandi, due stelle marine, nodose e delicate, e parevano fatte solo per decorare il mondo di cose belle e curiose; mentre il petto, le spalle e le braccia, assieme, avevano un che di albatros, sentinella di mare dalle lunghe ali profumate di salsedine.

Mi venne vicino, e con i suoi occhi chiari d'alba, s'inchinò leggermente, con dolcezza, ringraziamento muto, e si accomodò su una sedia piccola e scomoda, al limitare del cerchio di luce, sorridendo impercettibilmente.

Giunsero presto gli ospiti, chiassosi e muniti d'invito, ciascuno con la sua bella spiegazione in carta da bollo tempestata di certificazioni, secondo i desideri della Signora C.; ciascuno elegante, e bello, e pulito, e soprattutto perfettamente combaciante con il successivo ospite, come fossero stati pezzi di un puzzle in fila uno dopo l'altro; e ciascuno radioso, emanante una scintilla di soddisfatta e completa giustezza, stupefacentemente a proprio agio in quel salottino addobbato di quadri anch'essi eleganti, belli e puliti.

All'arrivo della Signora C., l'intera compagnia diede inizio ai festeggiamenti con l'usuale affabilità e socievolezza: tutti ridevano, parlavano, brindavano col sorriso ampio e lucente. La Signora C., felice, esultava al centro della festa, mentre sotto i suoi occhi si componevano tra gli invitati precise ed impeccabili alchimie di cause ed effetti.

I Logici ed i Sensati stavano composti e piacenti all'interno del cerchio, ora scambiandosi una saggia parola, ora tornando a sorseggiare dai calici, ora tirando un buffetto paterno ai marmocchi che s'inseguivano tra le gambe dei tavoli. Quanta misurata grazia in ogni gesto, quanta ragionevolezza, quanto ordine e quanta maestria in quest'orchestra di professionisti.

La Signora C. era raggiante.

D'improvviso mi ricordai dell'ospite inatteso sopraggiunto ancor prima di ogni invitato, e mi voltai, con un vago presentimento che mi germogliava in petto, in direzione della sedia scomoda al varco tra ombra e luce.

Il cuore mi balzò in petto: era sparito!

Ma insomma, dico io! - protestavo indignata tra me e me, tentando di nascondere un crescente disagio – non solo piomba così in casa mia senza la minima credenziale, non solo non proferisce parola e se ne sta in disparte, non solo rischio di mandare la Signora C. su tutte le furie solo per tenerlo al caldo, ma questo oltretutto ha la sfacciataggine e la maleducazione di non salutare nemmeno!

E intanto quel germoglio pareva crescere, muto, nutrito dal palpitare accelerato del mio cuore.

Ma senza che io potessi rendermi conto anche solo minimamente di cosa stava per accadere, come il marinaio che avvista troppo tardi il fianco liscio e trasparente del ghiaccio per impedire alla nave di schiantarvisi contro, il Pensiero comparve al mio fianco, le sue ali di albatros tenere di pioggia salmastra, che sapevano di lontananza, d'incommensurabile nostalgia e cose mai calcolate ed incomprensibili ed ignote; la sua figura stava, imponente e placida, lievemente ricurva su di me, ed aveva il suo sorriso impercettibile disegnato sulle labbra, a comunicarmi il suo saluto ed il suo ringraziare silenzioso.

Senza parole né comprensione, non seppi cosa dire, e non potei e non riuscii a dir nulla.

Egli, dal canto suo, comprese, e si chinò dolcemente su di me, posando quelle labbra soffici sui solchi perplessi della mia fronte, lasciandovi un'orma come di passo sull'arena, un tiepido calco, un segno d'ustione quando il dolore ancora non si palesa.

E poi svanì dal cerchio di luce, e si richiuse sommessamente la porta alle spalle.

E fu lì che accadde.

Vi fu un tremendo schianto che fece rimbombare le pareti, ed i vetri tremarono anch'essi per l'onda d'urto, e grida di spavento e poi d'orrore si levarono d'improvviso dagli invitati: i quadri erano tutti caduti a terra simultaneamente e, fatto ancora più inspiegabile e terribile, questo era potuto accadere perché essi erano divenuti, da un momento all'altro, di pietra. Tutti. Tutti dei massi, macigni, bam, i chiodi non avevano tenuto e via, per terra.

La Signora C. iniziò ad indicare affannosamente e rabbiosamente la porta e riuscì a gridare, con un rantolo strozzato, le seguenti parole: - un Pensiero...un Pensiero Incoerente! Era... era qui! È...aghrrrll... è la fine...hgrrrrhl... – e continuava a rantolare ed a contorcersi, come presa da un male interno che cresceva inarrestabile - ...chi è il pazzo! Chi...ARRRGHHH...CHI!?!?! chi lo ha fatto entrare?!? - e si piegava, e si piegava agonizzando e sussultando, aggrappandosi alle vesti eleganti degli invitati e strappandone brandelli, come cedendo sotto una forza invisibile che la schiacciava e la premeva inesorabilmente contro il pavimento.

D'improvviso un grido d'orrore proveniente da un altro angolo della stanza, e tutti, ma dico tutti, si voltarono nella mia direzione.

Il gelo calò tra le quattro mura.

La Signora C. levò uno sguardo ormai pazzo di dolore e furente verso di me e riuscì a sibilare tra i denti: - mi fai schifo. -

Io feci per lanciarmi, incredula, a soccorrerla, a chiederle perdono, che non sapevo, che non pensavo fosse così pericoloso, che lui era parso gentile, che io non credevo, che mi dispiaceva – ma i miei muscoli gemettero e poi urlarono e poi mi guardai le braccia e le mani e mi si offuscò la vista, e non capivo come fosse possibile che delle cose che somigliavano a dei rami e delle foglie potessero spuntarmi dalla carne, anzi, da dentro, e poi dai piedi le radici, e la cosa assurda era che crescevano, implacabili germogliavano e germogliavano, e si dischiudevano i germogli in nuovi rami e nuove foglie, e s'inerpicavano e strisciavano e si aggrappavano alle mattonelle che poi estirpavano nel loro avanzare, mentre gli invitati indietreggiavano nell'orrore generale.

- mi fai schifo. - ripeté la Signora C., gorgogliando.

Ma io, stranamente, non riuscivo a capire il perché, ed il suo schifo mi pareva sempre meno sensato, ora che sentivo il profumo delle gemme sprigionarsi come una primavera insolita e traboccante, ora che una linfa verde mi sfrigolava nelle vene, e che mi sentivo crescere le estremità – oramai infinite – ad un ritmo costante ed esponenziale, un ritmo che crettava il pavimento ed incrinava i muri, sbriciolava la pietra ed ormai lambiva le scarpette laccate di qualche invitato.

In un batter d'occhio furono tutti fuori, resi folli dal panico e dal terrore, trascinandosi appresso la Signora C. ormai priva di sensi come meglio potevano, se potevano, lasciandola cadere a terra, riacchiappandola per una manica, sorreggendola per una gamba, inciampandovi sopra.



D'improvviso fui sola.

Il silenzio invase la stanza, ormai devastata ed irriconoscibile.

Eppure, il fruscio delle foglie, ed il sussurro dell'instancabile crescita dei rami e delle radici, mi tenevano compagnia e m'inebriavano, come il profumo delicato dei fiori; e rimasi a lungo incantata a contemplare la metamorfosi d'ogni cosa, di ogni propagazione di me, mentre i giorni passavano senza lasciare traccia su alcun calendario. Mi sentivo immersa nella vita.

A poco a poco, però, col passare del tempo, iniziai a sentire uno strano freddo impossessarsi delle mie membra, colpa forse delle finestre ormai sventrate, che lasciavano entrare un vento cattivo, straniero e poco amichevole; ed il silenzio diveniva piano piano sempre più assordante, come assordante diveniva lo sfrigolio costante della corteccia che si rigenerava ogni secondo, e gli schiocchi dei rami che si accartocciavano l'uno contro l'altro e premevano sino a spezzarsi, e gli schianti sempre più frequenti dell'intonaco e dei mattoni, che precipitavano e si sfracellavano a terra, spodestati dai germogli voraci; e quella solitaria contemplazione si trasformò poco a poco in un pianto di mancanza, in un sommesso richiamo, in un ricordo vago di salsedine e di piume, mentre una ferita via via più profonda sanguinava resina nel punto che un tempo era stata la mia fronte.

Né l'albatros, né la Signora C. fecero mai ritorno.

Avrei dovuto lasciarlo al freddo, quel Pensiero Incoerente.