martedì 15 gennaio 2013

Storia di un Rullino Perduto


14 gennaio 2013

Sfuggono, sfuggono sempre e comunque. Anzi, la fanno franca, ecco il termine giusto; franca come se avessero, non so, una specie d'incantesimo protettore, uno scudo magico d'impunità dalla loro, che li tiene a galla, li tiene in piedi nonostante infrangano accordi internazionali, giustizie e giudici locali, nonostante la corte suprema dica che no, non si può fare, nonostante su carta le cose siano scritte diversamente, loro, imperterriti, sfuggono.
E il colmo, la ciliegina sulla torta, è che non sono solo loro a sfuggire, ma misteriosamente anche le prove, le testimonianze di questa sfuggevolezza; e infatti sfuggono le pellicole fotografiche dallo zaino, sgusciano via da tasche semiaperte, rotolano indisturbate tra un controllo ai raggi x ed un metal detector, e sono proprio quelle più importanti a sfuggire, e si perdono nel marasma di una stiva d'aereo, inghiottite dall'oblio di valigie pesanti e straniere.
Si, dev'essere stato così che l'ho perso, il rullino.
Ecco, l'ho detto.
Ho perso il Rullino Importante.
Quello scattato a Hebron.
Quello con lo spartitraffico che non spartisce il traffico, ma gli ebrei dai palestinesi, in mezzo al centro storico della città.
Quello con i due militari nel gabbiotto al confine tra una zona e l'altra, che mi dicono che posso scattare loro una foto, se voglio. Anzi, è uno dei due a dirmelo, l'altro è uno stronzo patentato che insiste con l'apostrofare Khaled in ebraico anche dopo che lui gli ha detto, gentilmente, che lui l'ebraico lo parla poco, che sa poche parole, non abbastanza per una conversazione articolata; e oltre che stronzo pure arrogante, che quando finalmente si decide a parlare in inglese, grazie anche all'intercedere dell'altro, più gentile e comprensivo, sbraita verso Khaled “Lo sai che non puoi passare tu, eh? Lo sai no? Lo sai perché, vero? Non passi, tu. Se vuole può passare lei – e indica me col mento – ma tu, no”.
E allora Khaled calmo risponde che si, lo sa, che sa bene, e che non ha alcuna intenzione di passare, mentre l'altro soldato cerca di placare lo stronzo, dice di lasciar perdere, che non ce n'è bisogno, dai, basta così. È lui che mi dice di fare la foto. Avrà sui ventidue anni, forse ventitré, non riesco mai a capire che età hanno in questa parte del mondo perché sembrano sempre più adulti; ha lo sguardo e la voce gentile, e non sembra né fiero né imbarazzato dal suo stare lì, alla frontiera, lui in fondo ci si è trovato perché ce l'hanno piazzato, e non può farci più di tanto, se non fare il lodevole sforzo di essere, almeno questo, gentile.
Ho perso il rullino con la foto di Khaled, con il suo volto tondo e sorridente incorniciato dalla keffiah e dal berretto, con i suoi occhi un po' a mandorla, di un colore indefinibile ma chiaro, luminoso; Khaled che fa il tassista – Peace Taxi, recita il suo biglietto da visita – la guida turistica e presto, spera, l'istruttore di scuola guida.
Khaled, che ci porta a visitare il campo profughi Aida, il luogo in cui è nato; un nome così grazioso per un formicaio di cemento incuneato tra Betlemme ed il muro, con i suoi vicoli stretti e ricoperti di una coltre melmosa di neve sciolta, che pare il fondo di una granita; e che oggi fa da sfondo alla battaglia di palle di neve più agguerrita che io abbia mai visto.
Che poi mica scherzano, qui; sono tutti tiratori professionisti, nati con i sassi tra le mani, e la loro vittoria contro noi europei rammolliti è assicurata e stracciante.
Khaled, attivamente e convintamente sostenitore della via politica, diplomatica, la più difficile nei momenti difficili perché richiede pazienza e dialogo proprio quando la maggioranza preferisce e sceglie l'idiozia testosteronica ed ottusa, perché è più semplice, perché è più facile legittimare una reazione violenta in risposta ad una violenza, piuttosto che ragionare.
Ho perso il rullino con le viuzze del suq di Hebron, bellissime e desolate, un po' perché c'è la neve ed è un evento così raro in questa terra che la gente semplicemente non sa che pesci pigliare, per cui piuttosto chiude i battenti; e un po', perché l'esercito israeliano, che ci sia la neve o meno, ne impone la chiusura per la maggior parte del tempo, per ragioni di sicurezza, dicono loro.
Devono aver scoperto qualche esplosivo ottenibile dal mix letale di paprika, coriandolo e hummus. Non si sa mai, con questi palestinesi.
Intanto l'economia cittadina poco a poco collassa, la gente si scoraggia, e piano piano, umiliazione dopo umiliazione, se ne andrà, e la città sarà finalmente un foglio bianco su cui scrivere un altro capitolo della gloriosa espansione d'Israele, oltre ogni confine, accordo, e trattato di pace.
Un paese-bulldozer, insomma, uno sfavillante, tecnologicamente avanzato, liberale, conservatore, coraggioso, arrogante stato-bulldozer.
Che ha trasformato una terra di sassi e sabbia in un gioiello agrario e non solo; capace di accoglierti calorosamente, di poter sventolare orgogliosamente bandiere arcobaleno nella capitale lgbt del medioriente, e che non si fa scrupoli a piazzare villaggi playmobil sui cocuzzoli del cosiddetto West Bank, o Cisgiordania, o Palestina, quando i palestinesi, su quei cocuzzoli, possono solo farci l'orto e coltivare, e non certo costruire case, scuole, fabbriche. È vietato, per loro.
Devo dire che c'è una bella faccia tosta internazionale nel dire che la 'Palestina – che poi, quale? - dovrebbe impegnarsi a creare una crescita e uno sviluppo economico indipendente invece di protestare sempre contro Israele'. Una volta mi è stato detto che 'a loro piace essere poveri. Ci provano gusto'. Eccerto. È il loro sport nazionale dopo il lancio di sassi agonistico.
Ma in fondo mi rendo conto che la situazione è ben più complessa, articolata, frammentata, e che è impossibile essere oggettivi, soprattutto per qualcuno come me che ne sa così poco, e che si affida al pochissimo che ha visto; per cui facciamo che rallento, freno, e faccio marcia indietro e torno a ciò che mi compete, che poi era il famoso Rullino Perduto, il quale probabilmente rabbrividisce solo ed impaurito nel ventre metallico di un airbus turco che fa spola tra Istanbul e Tel Aviv, o tra Istanbul e Roma; oppure è rimasto incastrato in uno dei tapis-roulants del trasporto bagagli, ed ha inceppato tutto, scatenando l'ira e la disperazione di svariati operatori nonché passeggeri.
Oppure è finito tra le mani di un dubbioso e perplesso scaricatore di valigie sotto contratto a progetto, che forse in uno slancio di curiosità lo porterà a sviluppare, si morderà le mani nel venire a conoscenza del costo di cotale operazione, ma la curiosità avrà ancora la meglio – chissà, magari delle foto piccanti – e poi alla fine, alla vista di fili spinati, militari e keffiahs, deluso e incazzato per lo spreco di soldi, probabilmente getterà tutto quanto in pasto al cestino, sospirando e rimproverandosi di non essersi fatto gli affari suoi.
Ma se la curiosità, invece, per uno scherzo della ragione, dovesse avere di nuovo la meglio, mi piace pensare che potrebbe venirgli voglia di capire dove si trovi quel posto pieno di fili spinati, e neve, e soldati, e tizi con la faccia tonda e sorridente ed una sciarpa con un motivo già visto, forse al collo di qualche studentello in cerca di rogne ad una manifestazione, forse in qualche immagine alla televisione, a coprire i volti di tizi be più minacciosi di quello nella foto, con i suoi occhi chiari e bonari.
Il quale, nonostante la bonarietà nonché affiliazione al Fatah, si lascia sfuggire uno 'charmouta', sibilato tra i denti ma non certo mormorato, in direzione di uno dei tanti militari israeliani di guardia al check point della Moschea di Abramo.
Figli di puttana, dice.
Sono sicura al cento per cento che l'hanno sentito, e che sanno perfettamente cosa vuol dire, e che non è la prima né sarà l'ultima volta che se lo sentiranno dire. Non li invidio, per niente. Per quanto stare dalla parte di chi ha un M-16 in mano e l'arsenale più avanzato del mondo a coprirgli le spalle sia sempre più facile, non è facile, lo stesso.
Rientriamo nel labirinto di viuzze del mercato, e scatto una foto alle reti metalliche tese a mo' di protezione sopra le nostre teste. I coloni che abitano al primo piano gettavano sassi ed altri oggetti dalle finestre, sulle teste dei passanti arabi, e quindi è stato necessario installare reti protettive.
Aspetta un momento, com'è che si chiamava questa in altri luoghi, in altri tempi? Segregazione razziale? Apartheid? Ma no, no. Qui è diverso. Qui si parla di un paese Moderno, Democratico che, semplicemente, espande i suoi confini ed il suo potere civilizzatore nelle terre barbare d'oriente.
“Ma infatti, menomale che c'erano loro, l'altro giorno” mi fa Khaled sorridendo senza cattiveria ma con una vena di malizia; “i soldati israeliani sono venuti a spalare la neve e a ripulire le strade, sono stati proprio gentili. 'Bravi!' ho detto al capitano, 'dovremmo diventare amici su facebook!” e scoppia in una risata contagiosa e, per quanto mi riguarda, incredula.
Il senso dell'ironia che riscontro sia da una parte che dall'altra – nelle persone intelligenti, ovviamente – è una delle caratteristiche che mi ha più colpito di tutta la situazione.
Noi, da lontano, ne intravediamo la gravità e pesantezza, i nostri volti corrucciati dall'indignazione, da bravi europei pronti a contestare e prendere a cuore la causa del più debole, seduti nel nostro confortevole divano, ignari di quanto costi al mondo la nostra comodità.
Loro, da vicino, quotidianamente costretti alla bruttezza di una separazione in casa senza via d'uscita, non possono permettersela proprio, la pesantezza. Ucciderebbe gli uni e gli altri, più di quanto questo già non succeda.
E così la vita va avanti, anche dopo i missili da Gaza, le sirene, lungo i muri ingiusti e brutti, oltre i check point, nei campi profughi umidi e tristi e vivi, negli occhi chiari di Khaled, nei negozi di souvenir in piazza a Betlemme, che risentono del calo di turisti dopo gli ultimi bombardamenti, insomma, nonostante tutto, la vita continua.
Chissà, forse continuerà anche la storia del mio Rullino Perduto, forse le immagini che custodisce verranno un giorno alla luce, con la loro inconfutabilità, il loro ambiguo, ma universalmente riconosciuto, statuto di prova, con la loro superiore forza comunicativa, immediata ed autonoma dalle parole.
Intanto questo Rullino l'ho raccontato, per evitare che le sue sfumature, ancora così vivide nella mia mente, si stemperino fino a perdersi; che sarebbe un peccato, che erano proprio loro ad essere importanti, più di quel bianco e nero che tendiamo sempre a favorire nella visione e percezione dei conflitti, sono loro che ho scoperto in questo viaggio e che hanno ampliato la gamma dei dubbi e lo spessore della confusione.
Buona fortuna, Rullino. Ti lascio vagare nel mondo, e nella speranza che tu possa un giorno nascere, esorcizzo la tua perdita, raccontandoti.