lunedì 21 agosto 2017

Una vecchia storia



- Questa storia è vecchia quanto il mondo – pensò.
Una pioggia fine cadeva fuori, fuori dal vetro dalla finestra forse, ma cadeva anche dentro, bagnava i suoi capelli, la sua materia grigia, i suoi polmoni le sue anche il suo ventre, e poi tutte le viscere, lasciandole una di quelle sensazioni spiacevoli, come quando si hanno i calzini bagnati e i piedi s'aggrinzano, contrariati, infreddoliti.
S'infilò la giacca leggera, l'unica che era riuscita a portare con sé nell'ultima valigia, nell'ultima, ennesima transumanza da un mondo all'altro, da un paese all'altro da una vita all'altra, con attaccata addosso quella solita speranza, alquanto ipocrita, di vedersi cambiare.
Esitò un istante, di fronte alla porta, la mano stretta attorno al mazzo di chiavi, pronta a far scattare la serratura. Il cuore era un orologio sbigottito, quasi spaventato dal proprio pulsare: tratteneva il fiato. Batteva a malapena due colpi timidi qua e là.
- Forse dovrei restare qui. - fissando il bianco liscio e plastificato della porta. Cercando una forma, un'imperfezione, una traccia di polpastrelli, un segno, un simbolo alchemico che potesse darle una risposta alla disperata domanda, che potesse indirizzarla sulla via del Bene, finalmente, per sempre. Sarebbe la cosa migliore, la cosa più saggia. Restare.
La porta bianca le rimandò un'immagine fugace di un volto, occhi felini e limpidi come un cielo d'inverno. Scosse la testa cercando di far scivolare via quell'immagine dalla retina.
Una vampata di calore improvvisa le fece quasi girare la testa, si aggrappò alle chiavi, la serratura scattò, quasi cadde seguendo il mantice della porta che la risucchiava inesorabilmente verso l'esterno dell'appartamento, verso un giorno come un altro, anzi forse un giorno crudele, come solo certi giorni sanno esserlo.
Scese le scale ricoperte di moquette quasi nuova, coi loro gradini appena sufficienti ad ospitare un mezzo piede accorto. Un vero dramma per dei piedi distratti come i suoi. Un gradino dopo l'altro, come un ubriaco che cerca a tentoni la strada del gabinetto. E poi, fuori.

Le case di mattoni scuri, i cespugli di lavanda, le altee in fiore, e quell'estate che pareva un autunno.
Tutto pareva mormorare un quieto canto, a labbra socchiuse; il canto grave degli intestini che sussultano, il canto lento delle foglie che lacerano la corteccia, delle api che succhiano la passiflora, quello del piccione morto sul marciapiede e quello delle formiche che poco a poco lo dissolvono in un niente, quello del gatto che osserva pigramente i cortili, della carne fremente di glutei nudi, di un ginocchio sbucciato, quello delle fronde dei salici, e dell'acqua placida lungo i fianchi di barche all'attracco ormai da troppo tempo.
Camminò con passo svelto, quasi come se avesse paura a calcare troppo i propri passi lungo la strada, come se non volesse lasciare orme sull'asfalto, duro e lucido di pioggia.
Il cuore cominciò a dimenticare lo sbigottimento, e si fece spazio una paura, una vertigine languida, inebriante.

Lo avrebbe visto da lontano? Puntato come un cane da fiuto, e poi cercato di avvicinarlo furtivamente, per far sì che vederla fosse come un singulto, colto alla sprovvista? Oppure sarebbe stato lui a strapparla da un pensiero, mentre lei cercava con lo sguardo altrove? Oppure sarebbero stati banalmente entrambi in cerca l'uno dell'altro, e si sarebbero reciprocamente sorpresi a frugare con lo sguardo affannato nella folla, poi con imbarazzo si sarebbero salutati, colti a vicenda sul fatto, con quel tremito nella voce e gli occhi lucidi si sarebbero detti un ciao senza capo né coda, il respiro mozzato e incredulo, come quel primo bacio ubriaco eppure violentemente desiderato.
E poi, le mani? I corpi? Cosa avrebbero detto, recalcitranti, mentre i padroni avrebbero strattonato le briglie con disperazione, speronando i fianchi impetuosamente?
Ma soprattutto: gli occhi. Avrebbero tradito subito. Loro proprio la menzogna non la sanno fare.
Gli occhi sarebbero sprofondati negli occhi, e, come se qualcuno li avesse spintonati di sorpresa lungo il canale, sarebbero caduti a peso morto nell'acqua nera e silenziosa, solo un'eco ovattata di campanelli di bici e catene arrugginite, e lucchetti, e qualche luce pigra ad occhieggiare in superficie, che si allontana poco a poco, mentre loro scendono lenti in profondità.
Le falde dei loro vestiti pesanti ormai pieni d'acqua fino all'ultima molecola si sarebbero levate verso il mondo che si allontanava, come ali stanche, impotenti.
Quale lingua avrebbero parlato sott'acqua?
Nessuna. Nessuna lingua. Non la mia, non la tua, nessuna voce. Nessuna parola.
Avrebbero continuato a guardarsi, sott'acqua, con quel ciao senza capo né coda ancora tra le labbra ormai violacee, avrebbero continuato a guardarsi mentre una ruota dentata sarebbe passata esattamente tra il ventricolo sinistro e l'atrio destro, o forse il contrario, non ricordo più bene.

E poi? Dopo quel ciao cosa sarebbe successo?
Avrebbero camminato dicendosi cose senza spessore né importanza lungo le strade affollate di una capitale. Avrebbero cercato un caffè a caso, un posto qualsiasi, una sedia stupida non troppo in vista, un divano sgualcito al riparo dalla pioggia e dal freddo, un luogo qualsiasi senza romanticismo, potrebbe pure essere uno Starbucks, in questi momenti vaffanculo gli idealismi e le questioni di principio di gusto e di qualità, anche il bar più schifoso e inspido, anche con gli sguardi attoniti di vecchi magrebini e dei loro figli mezzi integrati e mezzi no, anche con gli sguardi indifferenti di qualche hipster ultima generazione, loro si sarebbero seduti in quel bar, in Quel Bar, che sarebbe diventato indimenticabile.
Si sarebbero seduti con un pezzo molto ingombrante di cuore in gola.
Quasi impossibile parlare.
E lì i padroni, ancora impegnati a infilzare il ventre delle bestie con veemenza, si sarebbero resi conto di essere fottuti. Coi loro frustini in mano, con il loro decalogo del giusto e dello sbagliato, con il ritratto di quegli occhi felini e dolcissimi stretto in pugno, disperatamente, si sarebbero resi conto di essere profondamente, irrimediabilmente fottuti.
Perché quando la parola non funziona, funziona miracolosamente tutto il resto. E le mani sarebbero state frementi come quelle di un pianista di fronte ad un pianoforte proibito. E le labbra sarebbero state umide, soffici. Al centro di ogni sguardo. E quella ruga maliziosa ai lati della bocca. E tutte quelle imperfezioni che tra un anno, cinque dieci anni sarebbero state noiose ed irritanti, in quell'istante sarebbero state la perfezione di una creatura che si apre ad un'altra, e viceversa.

- Questa gioia di oggi domani sarà un dolore. Mi stordirà, come le responsabilità ed il rispetto che ho voluto dimenticare. Mi cadrà sulla testa come un'incudine. Aprirà la mia carne ed il mio cuore e tirerà fuori tutto il marcio e me lo metterà sotto il naso, rinfacciandomi l'amore che non ho saputo dare, risvegliandosi finalmente dall'oblio, incazzandosi.
Questa gioia di oggi ha un prezzo incalcolabile, trattativa riservata, solo seriamente interessati. No perditempo. Sei sicura? Sei sicura di volere questa incudine? O damigella incosciente, vuoi tu prendere come tua leggittima sposa la qui presente incudine, per amarla, onorarla e rispettarla, in salute e in malattia, in ricchezza e povertà, finché morte non vi separi?
Vuoi?

La domanda sarebbe passata inosservata, nostante la pompa magna, e le trombe, e tutto il corteo di cose importanti da ricordare prima di fare una stronzata.
La domanda avrebbe assunto il valore del ronzio della televisione in sottofondo di quel bar merdoso e caro in mezzo a una capitale: un inutile ronzio, fastidioso, sacrificabile.

Ciao, avrebbero ripetuto quelle labbra in una lingua diversa dalla sua.
Quante volte ancora il fascino dell'ignoto l'avrebbe presa ai genitali come la prima volta di ragazzina? Quante volte ancora l'avrebbe titillata tra le gambe come un animale che non sa niente di filosofia e di morale, ma sa della carne, e della chimica. Quante.
Ciao, avrebbero ripetuto, e lei avrebbe balbettato e forse sarebbe addirittura arrossita, sgualdrina che non è altro, tutti gli artifizi possibili per far cadere il maschio in trappola. Eppure quel gioco piace sempre ad entrambi.

E poi, sgualdrina o meno, lei si sarebbe sciolta. Le mani di lui, più antiche di un paio di decenni, sarebbero venute a posarsi con dolcezza sulle sue. E quella dolcezza, un arpione.
E lui, sicuro nella ciecità totale, l'avrebbe guidata poco a poco, animale ebbro e confuso, parola dopo parola, centimetro dopo centimetro, passo dopo passo, fuori dalla porta del bar, lungo le rotaie del tram, oltre il ponte oltre il canale, e poi un altro incrocio, un altro canale, un'altra rotaia, forse due, non ricordo, fino alla porta, e poi il signore della reception, e poi le scale, e già le mani lungo i fianchi, e già le sue labbra contro quelle di lui, avide di saliva e di ansimare, e poi quelle mani che non avevano osato la prima volta, osare, mentre cercano d'infilare le chiavi nella porta, e poi una pausa per guardarsi negli occhi spaventati e deliranti, cercarsi come si cercano due criminali; un sorriso incredulo, e poi lo scatto della serratura, e sarebbero quasi caduti seguendo il mantice della porta che li risucchiava inesorabilmente verso l'interno della camera d'albergo, verso il loro destino di disgraziati, di bestie di gioia ed incoscienza.

E poi d'improvviso, l'imbarazzo. Siamo qui, si, io e te. Ancora vestiti. Ancora per poco. Cosa succede mio dio. Siamo due alieni piombati per caso nello stesso autogrill interstellare. Ci separano anni luce di distanza, e anni anagrafici, e anni di vissuto, generazione storia cultura. Siamo due alieni di due pianeti e di due ere differenti.
Eppure i tuoi occhi e i miei si devono esser detti qualcosa che io ora non ricordo parola per parola ma – forse non erano parole.
I nostri occhi si sono detti delle cose e ora non posso più dimenticarle, anche se non le ricordo.

La pelle di lei e la pelle di lui si sarebbero chiamate. L'imbarazzo non avrebbe più avuto senso. Le labbra si sarebbero avvicinate, respiro nel respiro, prima un incontro goffo ma poi, allo sciogliersi della saliva nella saliva, sarebbe diventato un divorarsi ansimante.
Le mani di lei avrebbero toccato quel corpo lontano anni luce, con le sue rughe, la sua storia.
Le mani di lui abrebbero ritrovato un giorno antico, ma nuovo, su quella pelle lontana anni luce, palpitante. Si sarebbero spogliati? Sarebbero rimasti in piedi, vestiti, in mezzo alla stanza dopo un bacio lungo ore? Si sarebbero accasciati, l'uno nelle braccia dell'altra? Oppure si sarebbero ritratti, uno dei due in preda all'angoscia, o entrambi? Sarebbe fuggita, in preda al rimorso? Oppure, presa dal suo raptus animale, l'avrebbe percorso con la bocca da capo a piedi, cercandone i gemiti in ogni centimetro del corpo?

E quando il momento di partire sarebbe arrivato, quel momento di rinfilarsi i pantaloni, la maglia, i calzini, le scarpe, con la pelle che sa ancora dell'altro. Lei lo avrebbe guardato con una tenerezza lacerante, e lui pure, e per un istante avrebbero creduto di capirsi per davvero.
E poi lei avrebbe aperto la porta, con un ultimo sguardo, e poi le scale, il signore della reception, la porta i binari del tram i canali le biciclette i lucchetti una luce oramai morente di una domenica pomeriggio che si spegne verso l'inizio della settimana.
Avrebbe preso il treno, quei trenta minuti di confusione, col ventricolo destro sotto una ruota del treno e l'atrio sinistro sotto l'altra, o viceversa, non ricordo, il paesaggio che vortica all'impazzata, filari di alberi canali mucche nuvole basse la luce del giorno ormai svanita, la stazione d'arrivo oramai illuminata di luce artificiale, e quell'odore di campo che raggiunge anche le città, e poi le scale mobili, e quei dieci minuti a piedi, i cespugli di lavanda il gatto che osserva ancora il cortile le passiflore ormai appassite le altee che si raggrinziscono poco a poco come i piedi nei calzini bagnati e poi quel caffé schifoso e poi la porta che non si apriva ahaha adesso tiro fuori la chiave, ora la trovo eh, aspetta la cerco, devo appoggiare la borsa per terra anzi, devo appoggiarmi io per terra che non mi reggo in piedi, ora rido, ora piango, ora trovo le chiavi e rientro, e sulla soglia ecco un vibrare tenero di un messaggio fresco fresco, ingenuo ignaro e dolcissimo, 'ti penso'.


Il mondo dovrebbe decomporsi in questo istante, pensò lei. Ne sarei felice. Questa storia è troppo vecchia per essere raccontata.